22 dicembre 2011

Ulisse

Mia cara amica linguista,
ti copio, lo giuro, per oggi solo e mai più, ma come posso parlare di lei senza rendere conto di quel desiderio che il suo nome trascina?
Non posso, del resto, aspettare domani per averla con me come spesso canticchio, è arrivata già ieri pur senza invito, e ancor oggi, insolente, permane, e non smette di farsi di notare.
Povera me, altro non è che l'unione del Νόστος, il ritorno al paese, e quel dolore che è Άλγος, eppure sconcerta e disarma e rattrista.


Tutte le volte che ci vediamo mi pare che il tempo non sia passato e questo mi rende felice.
Si chiama nostalgia.

24 ottobre 2011

Piacere!

Vorrei fare una summa di ciò che mi ha fatto piacere, ultimamente.
Un elenco non interessante, perdio! (e confuso, peraltro!).
Un piacere dalle poche pretese, s'intenda (un sorriso prima di abbandonarmi, la sera, al cuscino).
Eppure piacere.
Riassumo così:
La preoccupazione di chi si è preoccupato in un momento preoccupante.
L'attivazione di chi si è attivato per rendere il momento meno preoccupante.
Le chiacchiere richiestemi di venerdì pomeriggio.
Le chiacchiere strappatemi con una telefonata serale.
Il "Chiara" urlato in corsa da una rotonda.
La torta nera cucinata al mattino.
I dolci aromatizzati all'Earl Grey.
La palla di riso e cioccolato dalla consistenza discutibile.
Gli dei indiani.
Insomma, piacere.
Un piacere dalle poche pretese, s'è detto (un sorriso, sì, un sorriso notturno).
Eppure, piacere.

11 settembre 2011

Non vedo l'ora di rimanere

Ed è possibile, poi, riscoprire di esser capaci ad essere euforici per un nulla?
Indagare sul nuovo, e dover ammettere di non volerlo?
Non vedere l'ora di rimanere, invece che di partire?
Vedere gli altri salpare e te, semplicemente, ricominciare?
Non riuscire a comunicarla, certo, quell'isolita pienezza, eppure, inverosimilmente, provarla?

E' settembre, ormai, e si ricomincia.
Con l'ancora abbassata e senza valigie.
Ed euforica.
Ma soprattutto, piena.

14 marzo 2011

Sono giù d'allenamento. E anche quando ero in allenamento, non ero mica allenata.

Ho appena riletto, ahimè, quel mio vecchio e caro blog, quell'amato racconto inedito da vivere prima di stenderlo, quello sfacciato fiume di lettere in corsa.

Ahimè.

Tra me e lui anni che mi hanno risucchiato l'ispirazione rimpiazzandola con l'ansia.
Mesi che mi hanno insozzato la limpidezza annacquandola con l'incomprensibilità.

Scelte che mi hanno cambiata.
E risucchiata.
E insozzata.

18 febbraio 2011

FAILED

E ora, contagiata da un'euforica foga linguistica, vi fornirò una definizione di FALLIMENTO:

"Ascoltare coetanei che ti descrivono l'ottenimento di un impiego a tempo indeterminato mentre tu, con il culo rigorosamente incollato alla sedia della tua scrivania, stai ancora contando le pagine che ti restano da studiare per il prossimo esame".

E poi c'è chi ancora ti incita a difendere i tuoi sogni, realizzandoli.
(Parole, parole, parole. Parole, parole, parole. Parole, soltanto parole...)

30 gennaio 2011

Non so cosa cercavo, ma di sicuro ho trovato persone.

E poi questa sì, la devo proprio riportare.

Esame il 3 Febbraio, famiglie mezzadrili toscane incontrano nuovi nonni che si fanno chiamare senior, famiglie di oggi che innovano quelle di ieri, famiglie di ieri che si lasciano raccontare, mezzadri, nipoti, capoccia e massaie, un quadro simile nella mia testa, all'incirca.
E poi una nota tra un mezzadro e l'altro, ci leggo Umbria e penso a mia mamma, ci rivedo colline e penso ai miei nonni, collego mezzadri-mamma-nonni e penso a discorsi sbocconcellati sulla campagna sentiti tempo fa.
E poi è pronto il pranzo: mamma, nonni, funghi, cinghiale.

"Nonno, ma anche voi eravate dei mezzadri alla Pieve, vero?"

E poi un racconto che ha impregnato due ore, come una conferma delle righe appena studiate, e parole, odori, fragranze ancora intatte nella mente di due ottantenni, e il nonno con le lacrime agli occhi, e una lacrima pure per me.
E un entusiasmo da antropologa dilettante, il rammarico dell'assenza di un registratore, l'amore per le persone e per ciò che le rende tali, il fascino delle parole.

E poi chi dice che studio cose inutili.
A chi osserva la vita, l'ardua sentenza.

30 dicembre 2010

Il camaleonte

E poi si cambia.

O forse no.
Si cambia l'abito, ma tanto, alla fine, non è quello che fa il monaco.
Si cambia aria, ma tanto, alla fine, è l'aria di casa quella che rinforza i polmoni.
Si cambiano amici, ma tanto, alla fine, sono quelli di sempre che danno significato a tale appellativo.

Ma sì che si cambia.
Si cambiano le esigenze.
Si cambiano i sentimenti.
Si cambiano i sogni, le speranze, le illusioni.

O forse no.
Si esasperano, o si affievoliscono. Si affinano o si peggiorano. Si ignorano, o si elevano.
Ma non si cambiano.

"Sei sempre la solita".

"E no, mio caro: sono molto meglio!"